Esercizi di Inerzia

Le Chiavi del Cielo
di Alberto Zanchetta

L’inerzia cui allude Maurizio Carriero deve essere messa in relazione con l’estasi, che è lo “stato di grazia”, facoltà di astrarsi e di trovarsi altrove. Allo stesso modo, le opere qui esposte potrebbero essere definite eccentriche, intendendo la condizione dello stare fuori dal centro (nel caso specifico: fuori da se stessi, dal proprio corpo). È ciò che succede ai personaggi dell’artista, figure esiliate e imprigionate in ri-quadri che ridefiniscono le normali coordinate spaziali e temporali, come a voler rarefare i rapporti con il mondo esterno per rivolgersi quasi esclusivamente al mondo interiore. Lo sfondo dei dipinti è deputato ad amplificare e distorcere questa esperienza “fuori dal comune”, comportamento estremo che sembra decomporsi in un vuoto carico di promesse. Nelle opere assistiamo a un’intenzionale “perdita della misura” che negli accordi cromatici e plastici rende i soggetti più musicali che muscolari. Mortificati e martoriati, i penitenti di Carriero subiscono l’inquietudine della scissione, ubiquità che l’uomo può concepire ma che non può ammettere come possibile (riverberati in un plurale maiestatis, la loro moltiplicazione fa di ogni emanazione una cristallizzazione). L’esprit de géometrie convive dunque con l’esprit de finesse, giacché l’immagine è resa comprensibile attraverso form[ul]e matematiche e grazie alla finezza dell’intuito umano.
I soggetti che popolano queste tele sono figure silenti, assorte in inconfessabili travagli fisici e spirituali. L’ingiunzione al silenzio sancisce infatti il distacco dal mondo e prelude a un piacere inconfessabile. A vederli sembrerebbero semplicemente assorti, quasi che nulla possa tangere la loro quiescenza, come fossero sottoposti a ipnosi (stato di trance in cui la sessualità si auto-esilia), catalessi che mette in contiguità l’inconscio pubblico con quello privato, il maschile con il femminile, la vox dei con la vox populi. Benché la morale cerchi di distogliere lo sguardo dall’indecenza, le anime inquiete di Carriero sono rapite in altissimi godimenti, in quanto l’estasi diventa sinonimo di orgasmo. Alla stregua di un eresiarca, l’artista riversa il sacro nel quotidiano, non per urtare la sensibilità, né per condannare le ignominie della società, quanto semmai per mettere in scena un teatro dell’ambiguità in cui nascono osmotiche relazioni tra le giaculatorie e le eiaculazioni, tra la Passione e la possessione.
Benché l'ascesi implichi un esercizio di ordine spirituale, in un primo momento era di tipo fisico, rivolto principalmente al corpo anziché all'anima o alla mente. A tutt'oggi il proposito rimane il medesimo: raggiungere la perfezione attraverso una pratica che si pone al di fuori del mondo, e che permette di vivere in una realtà che non è di questa terra. Come scriveva George Simmel a proposito dei raptus mistici: «il radicalismo cristiano si rifiuta di riconoscere non solo il valore, ma persino, per così dire, il dato di fatto del corpo: il corpo non esiste realmente, esiste solo l’anima. […] Tutti quei corpi oppressi e allungati, deformati e piegati, contorti e sproporzionati, sono la traduzione plastica dell’ascesi. Il corpo deve compiere l’impossibile, ossia deve essere il portatore dell’anima che aspira al trascendente, che dovrebbe contemporaneamente dimorare nel trascendente. Anche noi siamo rapiti dall’espressione spirituale di queste figure: essa deriva dal fatto che la loro anima non è più propriamente loro, ma abita nell’al di là, per cui il corpo tenta di seguirla. Con i gesti del corpo l’anima esprimeva la propria impossibilità di esprimersi; inoltre, poiché l’unica funzione del corpo era quella di far sì che l’anima se ne allontanasse, i suoi movimenti lo estraniavano in certo modo da se stesso».
L’artista traspone quindi le esperienze extracorporee sia nella santità sia nell’erotismo, a creare una metafisica colloquiale tra Cielo e Terra, tra anima e corpo, tra giaculatorie ed eiaculazioni. L’orazione – citata nel titolo di uno dei quadri – si esplica/esplicita in un rapporto orale che oppone il puro all’impuro, il sacro al profano: la sessualità entra allora in conflitto con la pastorale cristiana e con il vittoriano preconcetto del sesso, inteso come peccato. Assolvendo la voluttà ma non la colpa, l’artista si mantiene a metà strada tra la censura e l’elogio, il biasimo e l’apoteosi dei sensi. Inoltre, ponendo l’accento sull’ideale connessione tra l’ottusità [mentale] delle persone e la cecità [culturale] della borghesia, Carriero crea una corrispondenza tra l’erotismo e la santità, viziosa parentela già trattata da Bataille. Una millenaria cultura sessuofobica ha di fatto imposto quei divieti che finiscono per alimentare la trasgressione, ossia la felix culpa del piacere carnale. Nel suo insieme, dunque, la mostra ci offre un grande “quadro clinico” della sessualità che corrisponde anche a un’anamnesi del sovrannaturale.
Attingendo alle proprie origini campane, Carriero si rifà ai rapporti chiaroscurali tipici del turgore seicentesco, costellato dallo scintillio delle macchie e dei tócchi di colore. Nonostante l’apprentissage artistico si sia avverato a contatto con la pittura partenopea – più precisamente con quella di maniera e di genere – lo sguardo di Carriero non è rivolto soltanto ai dipinti del XVII secolo. Nel trittico Memorie velate assistiamo alla conversione pittorica dei marmi della Cappella gentilizia di san Severo, dove troviamo il Cristo velato di Giuseppe Sanmartino e la Pudicizia di Antonio Corradini. Ed è proprio alle opere di Corradini che Carriero si rifà, associandole alla Vestale velata di Raffaele Monti, oggi conservata alla Chatsworth House. Anche la Cieca memoria è un rifacimento della personificazione de “Il lutto”, che il Corradini chiama confidenzialmente “Sara” (visibile nella Chiesa di san Giacomo Apostolo a Udine). In queste opere il peplo diventa un sudario marmoreo, aderendo al corpo con sconcertante naturalezza e coprendo i volti femminili con un virtuosistico realismo. Conformemente alle “statue velate”, la pittura di Carriero tende alle velature di colore; il soggetto effigiato passa così in secondo piano, dando modo all’artista di indagare l’immagine e la sua pasta pittorica. Sotto pelle emergono i flussi cromatici, mentre i tratti somatici si sciolgono sotto il gravame della materia oleosa per restituirci dei volti irriconoscibili che non intendono richiamare l’attenzione su di sé ma sull’eccezionalità del loro deliquio. Annullando ogni volontà, e ogni identità, l’immagine dichiara l’impossibilità di riconciliarsi con il corpo, ridottosi ormai a un involucro svuotato.
Maurizio Carriero volge il suo sguardo a un’umana comprensione dell’uomo e della pittura. La componente psicologica (tipica dell’estasi) profusa all’interno dei quadri indica allo spettatore la possibilità della trascendenza nella propria quotidianità. Percorso iniziatico, votato a quel “volo estatico” che si compie per mezzo del “vecchio rettangolo”, quadro-icona che ci permette di accedere alla santità-sessualità dell’esistenza.

2010, oil on linen, cm 80x60

Orazione
2010, oil on linen, cm 80x60

2010, oil on linen, cm 50x40

Lieve
2010, oil on linen, cm 50x40

2010, oil on linen, cm 120x90

Danza sospesa
2010, oil on linen, cm 120x90

2010, oil on linen, cm 45x55,5

Esercizi di inerzia
2010, oil on linen, cm 45x55,5

2010, oil on linen, cm 140x181

Into my arms
2010, oil on linen, cm 140x181

2010, oil on linen, cm 50x40

Confidenze
2010, oil on linen, cm 50x40

2011, oil on juta, cm 60x50

Dolce, dolcissimo oblio
2011, oil on juta, cm 60x50

2010, oil on linen, cm 50x40

Immemore
2010, oil on linen, cm 50x40

2010, oil on linen, cm 50x40

Cieca memoria,
2010, oil on linen, cm 50x40

2010, oil on linen, cm 50x40

Confidenze
2010, oil on linen, cm 50x40